La notte di Zenica, con l’Italia fuori dai Mondiali per la terza volta di fila, un’onta senza precedenti per una nazionale con quattro stelle sul petto, il presidente della FIGC Gabriele Gravina ha scelto di non fare il mea culpa. Ha scelto, invece, di aprire un fronte polemico destinato a travolgere tutto il resto.
Seduto davanti ai microfoni in conferenza stampa, con Rino Gattuso e Gigi Buffon al suo fianco come un tableau che doveva trasmettere solidità e invece comunicava soltanto smarrimento, Gravina ha risposto a una domanda apparentemente semplice. Un giornalista gli chiedeva se non temesse che il calcio stesse perdendo il cuore degli italiani, a fronte di una crescita vistosa e costante di altri sport. La risposta avrebbe dovuto essere una riflessione autocritica. È diventata, invece, una dichiarazione di guerra involontaria contro mezzo mondo sportivo italiano.
“Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sport sono sport dilettantistici.”
Sette parole. Sette parole che in poche ore hanno fatto il giro di ogni bacheca, ogni timeline, ogni chat di gruppo sportiva d’Italia.
La tesi di Gravina e i suoi cortocircuiti
La logica del presidente federale, pur nella sua discutibilità, aveva un filo conduttore: il professionismo calcistico sarebbe gravato da vincoli normativi nazionali e internazionali che renderebbero impossibile, ad esempio, un uso disinvolto dei giovani nelle competizioni. I settori giovanili degli “sport dilettantistici” godrebbero invece di una flessibilità che il calcio non può permettersi. E poi c’è la frecciata sugli “sport di Stato”: “Per non parlare di altri, che sono sport di Stato: basti pensare allo sci, tolta Arianna Fontana gli altri sono dipendenti dell’Italia”, ha aggiunto Gravina, collezionando nel passaggio anche un clamoroso errore di attribuzione, Arianna Fontana è leggenda dello short track, non dello sci.
Il problema è che l’argomentazione regge pochissimo all’esame dei fatti. L’Italia ha vinto e continua a vincere in sport formalmente inquadrati come dilettantistici ma finanziati da privati e strutturati in tutto e per tutto come realtà professionistiche: è il caso della pallavolo, con le nazionali femminile e maschile campioni del mondo in carica, e del tennis, i cui protagonisti non appartengono ad alcun gruppo sportivo militare. E soprattutto, come fa notare qualcuno, l’Italia ha vinto il Mondiale nel 2006 e gli Europei nel 2021 nelle stesse condizioni di professionismo che Gravina ora usa come alibi.
La risposta degli atleti: Irma Testa demolisce tutto
Se la politica ha impiegato qualche ora a reagire, gli atleti degli altri sport hanno risposto in tempo reale, con la ferocia di chi si sente sminuito pubblicamente da chi avrebbe dovuto essere un alleato istituzionale.
La voce più netta è stata quella di Irma Testa, prima pugile italiana nella storia a salire sul podio olimpico, con il bronzo conquistato a Tokyo. Il suo post su Instagram è diventato in poche ore il manifesto della rivolta sportiva: “I veri professionisti siamo noi che gareggiamo e vinciamo per la maglia e il nostro Paese, guardando giocatori milionari fare brutte figure. Mi alleno più di un calciatore, guadagnando meno dei loro cuochi o delle loro tate”, ha scritto la pugile campana.
Anche Pietro Sighel, medaglia d’oro nello short track alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, è intervenuto con ironia tagliente: ha pubblicato il video dell’intervista di Gravina commentando con un laconico “Se può aiutare qualche calciatore, mi metto a disposizione per fare cambio”.
Abodi scarica Gravina, il Parlamento si muove
Sul piano istituzionale, la risposta più significativa è arrivata dal ministro per lo Sport, Andrea Abodi, che non ha usato mezze misure. “Reputo obiettivamente scorretto tentare di negare le proprie responsabilità sulla terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali di calcio, accusando le Istituzioni di una presunta inadempienza e sminuendo l’importanza e il livello professionistico di altri sport”, ha dichiarato Abodi, aggiungendo che il Governo ha dimostrato concretamente il proprio impegno verso tutto il movimento sportivo e che servono “responsabilità, umiltà e rispetto da parte di tutti”.
È una presa di distanza netta, che in gergo politico suona come un disconoscimento. La disfatta della Nazionale è diventata nel giro di poche ore un caso parlamentare, con una richiesta formale di informativa al ministro Abodi alla Camera. Anche Dino Zoff, tra le leggende più rispettate del calcio italiano, ha rifiutato di fare sconti: “Non è sfortuna, c’è qualcosa che non va”, ha detto l’ex portiere e commissario tecnico, evitando ogni possibilità di lettura consolatoria.
Dimissioni? Neanche a parlarne
Gravina ha rispedito al mittente l’ipotesi di un passo indietro immediato, rinviando ogni decisione al Consiglio Federale convocato per la settimana successiva alle festività pasquali. Rientrato a Roma nella notte da Zenica, è entrato nella sede della FIGC di Via Allegri con un perentorio “Come sto? Bene, bene” alle poche domande dei cronisti in attesa.
Intanto si è aperto il totonomine per la successione: tra i profili più citati figurano quello di Giovanni Malagò e di Demetrio Albertini, con voci che iniziano a circolare anche su possibili accoppiamenti tecnici per rilanciare la panchina azzurra. Gattuso, già indicato come non confermato, ha lasciato Zenica in lacrime chiedendo scusa, pur ritenendo l’eliminazione ai rigori “ingiusta”.
Dodici anni senza Mondiale: il calcio italiano guarda in faccia la storia
Al netto delle polemiche sulle singole dichiarazioni, resta il peso di un numero: dodici anni. Dodici anni senza qualificarsi a un campionato del mondo. Una generazione intera di tifosi che non ha mai visto l’Italia disputare un torneo che un tempo considerava casa propria. Nel frattempo, il tennis ha scalato le classifiche mondiali portando Sinner ai vertici assoluti, il volley governa il mondo, l’atletica produce recordman, la scherma medaglia su medaglia.
Definire tutto questo “dilettantismo” è, forse, la sintesi più accurata di ciò che non va nel calcio italiano: non la mancanza di talenti, non le norme UEFA, non la politica. Ma la difficoltà, strutturale e culturale, di guardare fuori da sé stessi e imparare da chi, senza i miliardi dei diritti televisivi, continua a vincere.
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