La FIGC viene commissariata, ma al vertice resta Giovanni Malagò. È questa la soluzione scelta dalla Giunta esecutiva del Coni al termine di settimane di tensioni intorno alla posizione del presidente della Federcalcio e al caso del suo mancato tesseramento al momento della candidatura.
La Giunta, riunita dalle 13 di martedì 6 ottobre, ha votato all’unanimità il commissariamento della Federazione, indicando come commissario proprio Malagò. Il provvedimento deve ora completare il proprio iter con il passaggio davanti al Consiglio nazionale del Coni, convocato alle 14.
Una soluzione che consente di riconoscere l’irregolarità alla base della controversia senza estromettere dalla guida del calcio italiano il presidente eletto pochi mesi fa.
L’accordo tra Malagò e Buonfiglio prima della Giunta
Il compromesso è maturato nelle ore immediatamente precedenti alla riunione.
Malagò è arrivato al Coni in mattinata e, prima della Giunta, ha incontrato il presidente del Comitato olimpico Luciano Buonfiglio. All’arrivo aveva evitato dichiarazioni sulla trattativa, limitandosi a dire: “Capitemi ma, oggi, non posso proprio parlare”.
Al confronto ha partecipato anche Giunio De Sanctis, presidente del Comitato Italiano Paralimpico, con un ruolo di garanzia nell’intesa raggiunta tra le parti.
La mediazione era diventata sempre più concreta già nella serata del 5 ottobre. L’obiettivo era trovare una soluzione capace di evitare una profonda divisione all’interno della Giunta del Coni, dove l’esito di un voto sul semplice commissariamento appariva tutt’altro che scontato.
Il risultato è una formula decisamente particolare: la FIGC viene commissariata per un’irregolarità collegata all’elezione di Malagò, ma lo stesso Malagò viene incaricato di guidarla durante la fase commissariale.
Il mancato tesseramento all’origine del caso
La vicenda nasce dalle elezioni federali e dal requisito previsto per presentare una candidatura alla presidenza della FIGC.
Quando Malagò si candidò alla guida della Federcalcio non risultava tesserato per la Federazione. Il tema era stato sollevato dall’avvocato ed ex calciatore Renato Miele, che aveva a sua volta tentato di candidarsi alla presidenza senza però ottenere il sostegno necessario da parte delle componenti federali.
Il nodo è diventato progressivamente più rilevante fino ad arrivare all’esame del Coni.
I quattro giuristi interpellati dal Comitato olimpico — Franco Gaetano Scoca, Luigi Medugno, Massimo Coccia e Alberto Angeletti — hanno ritenuto il tesseramento un requisito essenziale per l’elezione alla presidenza federale.
Questo punto, tuttavia, non determinava automaticamente il commissariamento.
Il nodo giuridico: quanto era grave l’irregolarità?
La questione centrale riguardava infatti la gravità della violazione.
Lo Statuto della FIGC prevede il requisito della regolarità del tesseramento per le candidature alle cariche federali. Lo Statuto del Coni, invece, consente il commissariamento in presenza di gravi irregolarità nella gestione o di gravi violazioni dell’ordinamento sportivo.
Bisognava quindi stabilire se la mancata iscrizione di Malagò alla FIGC al momento della candidatura avesse un peso sufficiente per arrivare alla misura più drastica.
Gli stessi pareri acquisiti dal Coni, pur riconoscendo l’essenzialità del requisito, non indicavano il commissariamento come una conseguenza automatica. Uno dei documenti parlava infatti di “margini di discrezionalità delibativa quanto alla ponderazione della gravità delle infrazioni riscontrate”.
Era proprio su questo terreno che si concentrava una parte significativa dello scontro.
La FIGC risponde con i propri giuristi
Anche la Federcalcio si era preparata alla battaglia legale. Ai quattro pareri commissionati dal Coni aveva contrapposto quelli richiesti a cinque giuristi, sostenendo una lettura differente della vicenda.
Tra gli esperti coinvolti dalla Federazione figuravano personalità di primo piano del diritto italiano. La tesi sostenuta puntava, tra l’altro, sul carattere non essenziale del tesseramento, sull’assenza dei presupposti necessari per commissariare la Federazione e sulle norme relative ai termini entro i quali contestare l’ammissione delle candidature.
Si profilava quindi anche una possibile battaglia davanti alla giustizia sportiva e amministrativa, scenario che avrebbe potuto prolungare ulteriormente la crisi istituzionale.
Buonfiglio aveva annunciato una linea rigorosa
Nei giorni precedenti Luciano Buonfiglio aveva mostrato una posizione particolarmente netta sulla necessità di affrontare il caso.
Il presidente del Coni aveva definito “granitici” i quattro pareri acquisiti dal Comitato e annunciato che tutta la documentazione sarebbe stata consegnata ai componenti della Giunta e del Consiglio nazionale.
Buonfiglio aveva inoltre richiamato il rispetto delle regole e la necessità di evitare che la decisione fosse influenzata da valutazioni personali.
La tensione aveva così assunto anche una dimensione politica interna al sistema sportivo, considerati i rapporti tra i due protagonisti. Buonfiglio è stato vicepresidente del Coni durante la presidenza Malagò ed è stato eletto alla guida del Comitato olimpico nel 2025, succedendo proprio all’attuale numero uno della Federcalcio.
Da possibile scontro frontale al compromesso
Alla vigilia della votazione, tuttavia, la prospettiva è cambiata.
Il rischio era che una decisione senza accordo producesse una spaccatura all’interno della stessa Giunta. Da qui la ricerca di una mediazione che permettesse al Coni di intervenire formalmente sull’irregolarità senza aprire uno scontro dagli esiti difficilmente prevedibili.
Già il 5 ottobre era emersa con forza l’ipotesi di commissariare la FIGC affidandola allo stesso Malagò. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, tra gli elementi alla base del compromesso c’erano proprio l’incertezza sui rapporti di forza all’interno della Giunta e il rischio di successivi ricorsi.
L’incontro di questa mattina tra Buonfiglio e Malagò ha consentito di chiudere l’intesa prima del voto.
Malagò da presidente a commissario
Dal punto di vista formale cambia quindi la posizione di Malagò: non guiderà più la Federcalcio semplicemente nella veste di presidente eletto, ma assumerà l’incarico di commissario della FIGC.
Una differenza tutt’altro che esclusivamente nominale, perché la gestione commissariale comporta un mandato e poteri legati alla fase straordinaria che si apre con il provvedimento del Coni.
Tra le questioni decisive ci sarà ora la definizione del percorso che dovrà riportare la Federazione alla gestione ordinaria, comprese le modalità e i tempi delle nuove elezioni federali.
Ed è proprio qui che la scelta del Coni assume una rilevanza particolare: il commissariamento non determina l’uscita di scena di Malagò. Al contrario, gli consente di restare alla guida della FIGC durante la transizione e potenzialmente di presentarsi nuovamente quando verranno convocate le elezioni, nei limiti e secondo le condizioni che saranno stabilite.
Una soluzione che evita la rottura nel Coni
La decisione unanime della Giunta fotografa dunque il risultato di una mediazione maturata dopo settimane di contrapposizione.
Il Coni interviene sulla questione del tesseramento attraverso il commissariamento, mentre Malagò evita di essere allontanato dalla guida della Federcalcio.
Più che stabilire un vincitore nello scontro tra le diverse posizioni, il compromesso rinvia una parte decisiva della partita alla fase commissariale e alle prossime elezioni della FIGC.
Resta soprattutto una situazione istituzionale insolita: l’irregolarità che ha aperto il caso viene considerata sufficientemente rilevante da portare al commissariamento della Federazione, ma non tale da impedire allo stesso presidente coinvolto nella vicenda di essere scelto per guidarla nella fase straordinaria.
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