Piracy Shield: multe per gli utenti e rimozioni rapide, ma il caso Google Drive apre il dibattito sui blocchi indiscriminati

La lotta alla pirateria online continua, ma il sistema può causare disservizi anche per siti completamente legittimi

L’Autorità Garante per le Comunicazioni (Agcom), in collaborazione con la Guardia di Finanza, ha introdotto il sistema Piracy Shield, una tecnologia avanzata progettata per contrastare la pirateria digitale di eventi sportivi trasmessi illegalmente. Grazie a questo strumento, le autorità intendono identificare e fermare le piattaforme che trasmettono contenuti protetti senza autorizzazione, in modo da ridurre la diffusione di streaming illegale attraverso siti pirata, dispositivi come il “pezzotto” e canali sui social, tra cui i popolari gruppi Telegram.

Il sistema Piracy Shield permette un’azione rapida e mirata: entro 30 minuti dalla segnalazione di una violazione, Agcom emetterà un ordine di blocco contro la piattaforma coinvolta. I detentori dei diritti, come le società che gestiscono eventi sportivi, potranno richiedere il blocco fornendo prove forensi della trasmissione non autorizzata. Questo approccio non solo facilita la rimozione tempestiva dei contenuti pirata, ma punta anche a ridurre l’accesso a questi servizi da parte del pubblico.

Piracy Shield mira, inoltre, a penalizzare anche gli utenti. Chi accede a contenuti pirata, anche solo una volta, può incorrere in sanzioni che partono da 150 euro. Per chi utilizza regolarmente servizi illegali, come gli abbonamenti ai canali pirata tramite decoder modificati, le multe possono salire fino a 5.000 euro. Gli organizzatori e i gestori dei servizi di streaming illegale rischiano pene ancora più severe, con possibili conseguenze penali.

Oltre al contrasto alla pirateria, Piracy Shield contribuisce anche alla protezione della privacy degli utenti, spesso inconsapevoli dei rischi legati alla fruizione di contenuti illegali. I dati di chi utilizza questi servizi possono finire nelle mani di organizzazioni criminali, esponendo gli utenti a ulteriori rischi legati alla sicurezza digitale e alla potenziale rivendita di informazioni personali. Piracy Shield si propone quindi non solo come una barriera contro la pirateria, ma anche come strumento di tutela per la privacy, dissuadendo dall’uso di servizi illegali e promuovendo il consumo legale dei contenuti sportivi.

Un cambiamento nella legge ha però causato disservizi e, di fatto, sollevato perplessità sui blocchi indiscriminati.

Un esempio è il recente blocco di Google Drive, causato da un errore del sistema Piracy Shield, che ha riacceso la discussione sulle recenti modifiche normative che regolano il contrasto alla pirateria online. Il 7 ottobre, con l’approvazione definitiva del decreto “Omnibus”, è stata infatti introdotta una modifica significativa: per disporre il blocco di un sito ora è sufficiente dimostrare che l’indirizzo IP sia utilizzato “prevalentemente” per diffondere contenuti piratati, mentre in precedenza era richiesto che l’uso fosse “univocamente” illecito. Questo cambio di linguaggio ha allentato i requisiti per i blocchi, aprendo il rischio di errori come quello che ha coinvolto Google Drive, un servizio legittimo.

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