Alla fine ha ceduto. Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della FIGC, chiudendo un ciclo iniziato nell’ottobre del 2018 e proseguito, tra un’eliminazione mondiale e l’altra, fino al giorno in cui il peso accumulato è diventato insostenibile. L’assemblea elettiva per designare il suo successore è già fissata: si terrà il 22 giugno a Roma.
La notizia è arrivata nella mattina del 2 aprile, meno di quarantotto ore dopo la disfatta di Zenica, dove la Bosnia ha eliminato l’Italia dai playoff mondiali condannando gli azzurri alla terza mancata qualificazione consecutiva. Una sequenza senza precedenti nella storia del calcio italiano, aggravata nelle ultime ore da una conferenza stampa post-partita che ha trasformato la crisi tecnica in un caso nazionale.
Una caduta annunciata
Gravina aveva resistito, almeno per una notte. Rientrato a Roma in silenzio, era entrato nella sede federale di Via Allegri senza rilasciare dichiarazioni significative, limitandosi a un “come sto? Bene, bene” che suonava come una fortezza sotto assedio. Aveva rimandato ogni decisione al Consiglio Federale, convocato per dopo Pasqua. Aveva rifiutato con fermezza l’ipotesi di dimissioni immediate, indicando nel consiglio stesso la sede deputata a valutare le responsabilità.
Ma nelle ore successive la pressione non si era allentata, anzi si era fatta sempre più intensa. Dalla politica, con richieste formali di informativa parlamentare al ministro Abodi e un fronte bipartisan raramente compatto su altro, agli atleti di discipline diverse dal calcio, che avevano trasformato in un caso mediatico la distinzione tra sport “professionistici” e “dilettantistici” pronunciata in conferenza stampa. Un’uscita che aveva prodotto reazioni a catena difficili da gestire: da Irma Testa a Pietro Sighel, da Federica Pellegrini fino a Dino Zoff, voci pesanti e trasversali avevano smontato pezzo per pezzo la narrativa difensiva del presidente federale.
Sette anni alla guida del calcio italiano
Gravina è arrivato alla presidenza della FIGC nel 2018, subentrando a Carlo Tavecchio, dimessosi dopo la prima storica mancata qualificazione ai Mondiali russi. Era stato eletto con il 97% dei voti, una percentuale che comunicava consenso unanime. Laureato in Giurisprudenza, aveva costruito la propria storia nel calcio partendo dal basso: negli anni Ottanta era diventato co-proprietario e dirigente del Castel di Sangro, piccola realtà abruzzese che sotto la sua gestione aveva compiuto un percorso straordinario, scalando sei categorie in tredici anni fino ad arrivare in Serie B. Un’impresa romantica, rimasta nella memoria collettiva.
Prima di approdare alla guida della Federcalcio aveva presieduto la Lega Pro dal 2015 al 2018, guadagnandosi una reputazione da mediatore capace di tenere insieme le diverse anime del calcio italiano. Quella reputazione lo ha accompagnato fino al 2025, quando è stato rieletto per la terza volta con il 98,8% dei voti, una percentuale che in qualsiasi contesto democratico avrebbe fatto alzare un sopracciglio, ma che nel sistema elettivo della FIGC fotografava un consenso trasversale reale, capace di mettere d’accordo calciatori, allenatori, Serie A, Serie B, Lega Pro e Lega Nazionale Dilettanti.
Il problema è che quel consenso interno raramente si è tradotto in risultati sul campo che contano di più: la Nazionale maggiore.
Il bilancio: un Europeo e tre Mondiali mancati
Il consuntivo sportivo del mandato Gravina è complicato da leggere. Sul lato dell’attivo c’è un dato luminoso e irripetibile: la vittoria degli Europei nel 2021, con Roberto Mancini in panchina e una squadra che aveva convinto tutti, dentro e fuori i confini nazionali. Una notte di Wembley che sembrava l’alba di una rinascita.
Sul lato del passivo c’è tutto il resto. Quella rinascita non è mai avvenuta. L’Italia non si è qualificata al Mondiale in Qatar nel 2022, non lo ha fatto in Canada, Messico e Stati Uniti nel 2026, e ora, con il terzo flop consecutivo appena consumato, il ciclo si chiude con un vuoto che pesa dodici anni. Dal Brasile 2014, l’ultima presenza azzurra in una Coppa del Mondo, è cresciuta un’intera generazione senza mai vedere la propria nazionale in un torneo che una volta considerava casa propria. Tre allenatori cambiati, Mancini, Spalletti, Gattuso senza riuscire a costruire una continuità. Un sistema che ha continuato a produrre talenti individuali senza riuscire a trasformarli in una squadra competitiva sul piano internazionale.
Il successo del 2021, visto a questa distanza, appare sempre più come un’eccezione che ha illuso invece di illuminare. Un lampo nel buio che non ha anticipato nessun’alba.
Ora si volta pagina
Con le dimissioni di Gravina si apre una fase di transizione che il calcio italiano non può permettersi di gestire con le abitudini del passato. Il 22 giugno l’assemblea federale dovrà scegliere una figura capace non solo di ottenere voti ma di esercitare una leadership credibile in un momento in cui la credibilità del sistema è sotto esame.
I nomi che circolano sono diversi: Giovanni Malagò è quello più citato, con un profilo che unisce esperienza istituzionale e capacità di muoversi tra i poteri dello sport italiano. Ma qualunque nome esca dall’assemblea di giugno, il compito che lo attende è lo stesso: ricostruire un progetto tecnico, ricucire il rapporto con la politica sportiva, e soprattutto trovare un modo per far tornare l’Italia dove le quattro stelle sul petto dicono che dovrebbe stare.
La storia di Gravina alla FIGC finisce qui. La storia del calcio italiano, nel bene e nel male, continua.
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